Paternità negata: quando il diritto del figlio alla propria storia vale più del conflitto tra gli adulti

Marco e Matteo

Ci sono processi che non riguardano soltanto l’applicazione della legge. Riguardano la memoria di una persona. La sua identità. Il modo in cui un bambino costruirà, un giorno, l’idea di sé.
Questa è la storia di un padre molto giovane che, dopo la separazione dalla madre del figlio, si trova costretto a trasferirsi al Nord per cercare un lavoro. Non è una scelta dettata dal desiderio di allontanarsi dal bambino, ma dalla necessità di sopravvivere economicamente.
All’inizio il rapporto continua. Con fatica, certo. La distanza rende tutto più complicato. Ma un padre e un figlio possono continuare ad amarsi anche attraverso centinaia di chilometri, se gli adulti glielo permettono.
In questo caso, però, accade l’opposto.
Poco alla volta ogni contatto viene reso più difficile.
Il figlio non ha un telefono attraverso il quale il padre possa chiamarlo liberamente. Ogni telefonata passa dalla madre. Ogni richiesta di parlare con il bambino riceve la stessa risposta: è impegnato, sta facendo altro, non vuole parlare.
Gli incontri diventano sempre più rari.
Persino la Prima Comunione viene celebrata senza che il padre ne sia informato. Non viene invitato. Non gli viene nemmeno comunicata la data. Lui lo viene a sapere all’ultimo momento, si presenta con un regalo, ma il figlio corre da lui solo nel momento in cui la madre entra in chiesa e non lo può vedere.
La distanza geografica diventa lo strumento perfetto per trasformare una relazione difficile in una relazione impossibile.
Passano gli anni.
Il padre continua a cercare un contatto come può. Non è un uomo attaccabrighe, pazienta.
Non ha grandi strumenti culturali o giuridici.
Non conosce le strategie processuali.
Fa semplicemente quello che riesce a fare con le risorse che possiede.
Poi arriva un periodo di grave difficoltà economica.
Interrompe il versamento del mantenimento.
Ed è qui che la vicenda assume un significato particolare.
La madre non agisce per ottenere gli alimenti dovuti al figlio. Non promuove iniziative per recuperare il mantenimento.
Semplicemente chiude definitivamente ogni rapporto.
La motivazione è sempre la stessa.
Il figlio non vuole vedere il padre.
Il tempo passa.
Il bambino cresce.
La madre si risposa, ricostruisce una nuova famiglia e ha altre due figlie.
Il ragazzo trova naturalmente il proprio equilibrio all’interno della nuova realtà familiare e, per sentirsi pienamente parte di quel nucleo, finisce progressivamente per cancellare dalla propria identità il padre biologico.
È un meccanismo psicologico comprensibile.
Molti figli cercano appartenenza prima ancora che verità.
Se il nuovo modello familiare funziona, diventa rassicurante identificarsi completamente con esso.
Per farlo, però, spesso occorre svalutare chi è rimasto fuori.
Ed è quello che accade.
Il padre naturale diventa, nel racconto del figlio, un uomo fallito.
Un poveretto.
Quello con la macchina vecchia.
Quello che non ha successo.
Mentre il nuovo marito della madre rappresenta per lui l’immagine dell’uomo realizzato.
Per un ragazzo è più facile immaginare se stesso come figlio di una figura vincente piuttosto che riconoscersi nella fragilità di un padre che ha attraversato anni di difficoltà.
Il problema è che una narrazione rassicurante non coincide necessariamente con la verità.
E soprattutto non coincide con il bene del figlio.
Perché ogni persona costruisce la propria identità sulle proprie radici.
E se quelle radici vengono alterate, negate o deformate, prima o poi nascerà il bisogno di ricostruirle.
Quando il ragazzo diventa ormai grande arriva perfino una richiesta di disconoscimento della paternità.
Molti, a quel punto, avrebbero rinunciato.
Quel padre no.
Inizia una lunga battaglia giudiziaria.
Non per costringere il figlio ad amarlo.
Non per pretendere affetto.
Nemmeno per sottrarsi agli obblighi economici.
Al contrario.
Dichiara di essere disposto a mantenere il figlio.
Chiede soltanto una cosa.
Che un giorno quel ragazzo sappia che suo padre non lo ha mai abbandonato.
Che ha combattuto.
Che ha cercato.
Che non si è mai sottratto al proprio ruolo.
Non perché il figlio abbia il dovere di ricambiare.
Ma perché ogni figlio ha il diritto di conoscere la verità sulla propria storia.
Ed è qui che emerge una delle funzioni più delicate degli operatori della giustizia.

Il primo è l’avvocato, esperto in diritto di famiglia e mediatore familiare, con la sensibilità giusta per guidarlo senza alimentare il conflitto, sostenendolo in questa sua tenace volontà di far comprendere al figlio che il papà c’è.
Il giudice che nei procedimenti familiari deve avere una sensibilità particolare per capire fra le righe sia di ciò che viene detto dai genitori sia di ciò che viene detto dal figlio.
Il tribunale non può imporre l’affetto.
Non può obbligare un adolescente ad amare un genitore.
Non può nemmeno costruire artificialmente un rapporto che negli anni è stato compromesso.
Può però fare qualcosa di fondamentale.
Può impedire che venga cancellata la verità.
In questo caso i servizi sociali hanno riconosciuto l’importanza del mantenimento del legame paterno, pur prendendo atto della persistente opposizione del ragazzo agli incontri.
Una posizione equilibrata.
Perché il diritto del minore non coincide sempre con il soddisfacimento della sua volontà immediata.
Un figlio può rifiutare un genitore oggi.
Ma potrebbe avere un disperato bisogno di ritrovarlo domani.
Quando sarà adulto.
Quando nasceranno domande che nessuno potrà più evitare.
Da chi ho preso quel carattere?
Perché sono così?
Perché mio padre non c’era?
E soprattutto: davvero non c’era?
Oppure qualcuno mi ha raccontato una storia incompleta?
Il compito della giustizia familiare non è scegliere quale genitore sia migliore.
È proteggere il diritto del figlio a non perdere la propria storia.
Perché un rapporto può interrompersi.
L’affetto può affievolirsi.
Le relazioni possono cambiare.
Ma la verità sulle proprie origini è un patrimonio che appartiene al figlio.
E nessun conflitto tra adulti dovrebbe avere il potere di sottrarglielo.

Elena Cuppini

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