C’è una cosa che noi adulti tendiamo a dimenticare quando una coppia si separa.
Pensiamo che i figli vedano poco, capiscano poco, ricordino poco.
La realtà è esattamente il contrario.
I figli vedono quasi tutto.
Ascoltano le discussioni anche quando crediamo che stiano giocando nella stanza accanto. Colgono gli sguardi, i silenzi, le tensioni. Cercano di capire chi abbia ragione e chi abbia torto, ma soprattutto cercano di dare un senso a quello che sta accadendo alla loro famiglia.
Ogni volta che ho l’occasione di parlare con ragazzi che hanno vissuto la separazione dei genitori, rimango colpita da quanto abbiano partecipato a quella vicenda nel silenzio e nell’anonimato.
Non erano spettatori.
Erano protagonisti invisibili.
Dentro di loro conviveva l’amore per la mamma e l’amore per il papà. Due affetti ugualmente intensi che, all’improvviso, sembravano entrare in conflitto.
Un bambino può pensare che abbia ragione la mamma.
Oppure che abbia ragione il papà.
Può anche rimanere profondamente disorientato quando vede un genitore trattato male dall’altro e non comprendere perché non reagisca.
Perché non si difenda.
Perché accetti.
Per un bambino questo è difficilissimo da capire.
E il rischio è che quel comportamento diventi un modello. Che impari, senza accorgersene, che alle aggressioni non si risponde, che sia normale subire, che difendersi non sia possibile.
Poi arriva la separazione.
I figli iniziano a trascorrere periodi con un genitore e periodi con l’altro.
Ed è proprio allora che, in alcune situazioni, emerge un problema di cui si parla troppo poco.
Il genitore che durante la convivenza era aggressivo, offensivo o verbalmente violento nei confronti dell’altro adulto, può continuare a utilizzare lo stesso stile relazionale con i figli.
Con una differenza enorme.
Prima c’era l’altro genitore a mediare, a contenere, a proteggere.
Dopo la separazione, invece, il bambino si trova da solo davanti allo tsunami emotivo dell’adulto.
Urla.
Insulti.
Parole offensive.
Parolacce.
Umiliazioni.
E nessuno che possa interrompere quella dinamica.
Il bambino non ha ancora gli strumenti per difendersi.
Qualcuno si chiude in sé stesso.
Qualcuno prova a compiacere il genitore per evitare nuove esplosioni.
Qualcun altro, per sopravvivere, diventa a sua volta aggressivo.
Non perché sia violento per natura, ma perché ha imparato che quello è l’unico modo per non essere sopraffatto.
Questo non significa che tutti i figli siano vittime innocenti e passive.
Ogni persona, a qualsiasi età, compie azioni giuste e azioni sbagliate. Ogni bambino ha un carattere diverso, con punti di forza e difficoltà.
Ma è altrettanto vero che i figli crescono anche dentro il clima relazionale che noi adulti costruiamo.
Sono il risultato, almeno in parte, del modo in cui siamo stati con loro.
E da questa responsabilità non possiamo sottrarci.
Per questo il messaggio è semplice.
Non sottovalutate mai ciò che i vostri figli pensano durante una separazione.
Non sottovalutate ciò che vivono.
Non immaginate di sapere come stanno.
Chiedeteglielo.
Ascoltateli.
Molti bambini sanno perfettamente cosa vorrebbero dire ai propri genitori.
Spesso, però, scelgono di non farlo.
Non perché non abbiano nulla da dire, ma perché cercano di proteggere mamma e papà.
Non è raro vedere un bambino di sei anni intervenire durante una lite tra i genitori nel tentativo di calmarli.
È un gesto che commuove.
Ma non dovrebbe essere necessario.
Perché un bambino di sei anni non dovrebbe sentirsi responsabile dell’equilibrio emotivo degli adulti.
Quella responsabilità non gli appartiene.
Appartiene a noi.
Noi adulti abbiamo la possibilità di fermarci e ascoltare.
Di riconoscere quanto i nostri figli siano sensibili, intelligenti e profondamente presenti in tutto ciò che accade.
Ascoltarli non significa consegnare loro decisioni che spettano agli adulti.
Non significa chiedere con chi vogliono vivere.
Non significa lasciar decidere a loro tempi, modalità o organizzazione della separazione.
Quelle responsabilità restano degli adulti.
Ascoltare significa un’altra cosa.
Significa comprendere come stanno vivendo ciò che accade.
Capire cosa li fa sentire al sicuro.
Quali abitudini li aiutano.
Quali relazioni desiderano preservare.
Quali paure stanno cercando di affrontare da soli.
I bambini possiedono una straordinaria capacità di adattamento.
Molto spesso sono più elastici di noi adulti.
Si abitueranno a nuove case, a nuovi ritmi, a nuove organizzazioni.
Forse saremo noi a fare più fatica.
Ma proprio perché loro sono così capaci di adattarsi, dobbiamo fare attenzione a non confondere la loro resilienza con l’assenza di sofferenza.
Il fatto che riescano a reggere una situazione non significa che quella situazione sia giusta.
La separazione può cambiare la struttura della famiglia.
Non deve togliere ai figli il diritto di vivere un’infanzia serena.
Ogni decisione che prendiamo incide profondamente sulla loro crescita.
Per questo, prima di decidere per loro, fermiamoci ad ascoltarli.
Non per trasferire sulle loro spalle il peso delle nostre scelte.
Ma per costruire, con la responsabilità che appartiene agli adulti, una vita che continui a essere, nonostante tutto, una vita buona.
Perché anche quando una famiglia cambia forma, un bambino continua ad avere diritto alla stessa cosa che desidera ogni figlio: sentirsi amato, ascoltato e libero di vivere una vita piacevole.
Elena Cuppini





